A seguito del licenziamento di un lavoratore accusato di aver scritto e diffuso, in forma anonima, due lettere diffamatorie verso il capo dell’azienda, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17265/2024, ha stabilito che il licenziamento è illegittimo, in quanto non è possibile dimostrare che tali documenti siano a lui riconducibili.
 
Dopo che il Tribunale ha ritenuto non attribuibile al dipendente la prima delle due lettere, i giudici di secondo grado hanno dichiarato che le prove acquisite non sono idonee a far ritenere possibile e verosimile, secondo un criterio di normalità, l’avvenuta redazione dei testi da parte del dipendente. La Corte ha dunque ordinato il reinserimento del dipendente in azienda, condannando la società a un risarcimento del danno pari alla sua retribuzione totale, calcolata dal giorno del licenziamento a quello dell’effettiva reintegrazione.
 
In casi come questo, risulta complesso dimostrare con prove concrete e affidabili la responsabilità di un’azione. Indagini interne, supportate da professionisti autorizzati ed esperti, possono dirimere controversie dubbie, fornendo quella certezza oggettiva utile a dimostrare le reali responsabilità in giudizio.
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