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Esempi di concorrenza sleale: casi reali e situazioni più comuni
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Esempi di concorrenza sleale: casi reali e situazioni più comuni

La concorrenza sleale non coincide con una semplice competizione aggressiva. In Italia, sul piano civilistico, ricorre quando un’impresa adotta comportamenti idonei a creare confusione con un concorrente, a screditarlo, ad appropriarsi dei suoi pregi o, più in generale, a violare i principi di correttezza professionale. Per questo, analizzare i casi e gli esempi di concorrenza sleale aiuta le imprese a riconoscere tempestivamente le condotte illecite e a raccogliere le prove necessarie per agire in sede civile.

I casi più comuni riguardano lo sviamento di clientela, l’uso di informazioni riservate, l’imitazione di segni distintivi, la denigrazione del concorrente e la sottrazione di know-how da parte di dipendenti o collaboratori. Tuttavia, è importante considerare che la condotta sleale non integra sempre un reato.

Cosa si intende per concorrenza sleale

Nel nostro ordinamento, il riferimento principale è l’art. 2598 c.c., che individua tre grandi aree: gli atti confusori, gli atti di denigrazione o appropriazione di pregi e la clausola generale dei comportamenti contrari alla correttezza professionale idonei a danneggiare l’altrui azienda. Questa impostazione tutela il mercato, ma anche la libertà di iniziativa economica privata, che trova fondamento nell’art. 41 della Costituzione.

In altre parole, la concorrenza è lecita quando si svolge sul piano del merito, dell’organizzazione, dell’innovazione e della qualità. Diventa sleale quando si tenta di ottenere un vantaggio aggirando le regole della correttezza professionale o sfruttando indebitamente il patrimonio commerciale, informativo o reputazionale di un concorrente.

Esempi di concorrenza sleale: le situazioni più comuni

Tra gli esempi di concorrenza sleale più ricorrenti ci sono situazioni molto concrete, che spesso emergono nelle indagini aziendali e nei contenziosi commerciali.

Uso di nomi, segni o comunicazione confondibili

Un primo caso riguarda l’adozione di segni distintivi, packaging, naming, layout commerciali o messaggi pubblicitari idonei a creare confusione con un concorrente. L’obiettivo, in questi casi, è sfruttare la notorietà altrui o intercettare clientela facendo credere a un collegamento inesistente tra le due imprese. L’art. 2598 c.c. considera questi comportamenti tipici atti di concorrenza sleale.

Denigrazione del concorrente

Un’altra ipotesi frequente è la diffusione di informazioni denigratorie, comparative in modo scorretto o manipolate, dirette a screditare prodotti, servizi o affidabilità di un’impresa concorrente. Anche quando non vi è falsità palese, la comunicazione può risultare illecita se altera in modo scorretto la percezione del mercato.

Appropriazione di pregi

Si verifica quando un’impresa si attribuisce qualità, risultati, competenze, certificazioni o referenze che appartengono a un concorrente. È una pratica insidiosa perché può apparire meno evidente di una copia integrale, ma produce comunque uno sviamento della domanda e un indebito vantaggio reputazionale.

Imitazione servile e agganciamento

Rientrano tra i casi più noti anche l’imitazione servile di prodotti o format commerciali e il cosiddetto agganciamento parassitario, cioè il tentativo di posizionarsi sul mercato sfruttando sistematicamente il lavoro creativo, organizzativo o promozionale del concorrente. In molte situazioni queste condotte fondano rimedi civilistici e inibitori, ma non superano da sole la soglia penale.

Casi di concorrenza sleale legati a clienti, dati e know-how

Molti casi di concorrenza sleale non si manifestano con campagne pubbliche o segni copiati, ma con attività interne più difficili da rilevare.

Sviamento di clientela

Lo sviamento di clientela è uno dei casi più tipici. Può verificarsi quando un concorrente o un ex collaboratore contatta sistematicamente clienti acquisiti presso la precedente azienda sfruttando informazioni riservate, relazioni costruite nell’ambito del rapporto fiduciario o dati non liberamente accessibili. In questi casi il danno può essere rapido e rilevante, soprattutto nei settori a elevata specializzazione o con portafoglio clienti concentrati.

Sottrazione di informazioni riservate

Un tema centrale riguarda l’uso indebito di segreti commerciali, banche dati, listini riservati, strategie commerciali, progetti, specifiche tecniche o know-how. La tutela delle informazioni aziendali riservate richiede però alcuni presupposti: le informazioni devono essere segrete o non facilmente accessibili, avere valore economico proprio perché segrete ed essere protette da misure ragionevolmente adeguate. Questo principio è previsto dagli art. 98 e 99 del Codice della Proprietà Industriale ed è stato richiamato anche in recenti pronunce di merito.

Accessi abusivi ai sistemi aziendali

Quando la raccolta di informazioni avviene mediante accessi non autorizzati a sistemi informatici, il quadro si aggrava e può aprire scenari di rilevanza penale autonoma. È quanto emerge dalla sentenza 1482 del 18 agosto 2023 del Tribunale di Venezia: in quel caso, la sottrazione e l’utilizzo di informazioni segrete, combinati con accessi abusivi non autorizzati ai sistemi aziendali, sono stati valorizzati come elementi di illecito concorrenziale e violazione dei segreti aziendali. Il caso è emblematico perché mostra come la concorrenza sleale in forma civile possa intrecciarsi con condotte informatiche che hanno una propria rilevanza penale autonoma ai sensi dell’art. 615-ter c.p.

Concorrenza sleale del dipendente: quando si verifica

La concorrenza sleale del dipendente è una delle situazioni più delicate per l’impresa, perché nasce spesso all’interno di un rapporto fiduciario.

Può emergere, per esempio, quando il dipendente agisce in uno dei seguenti modi:

  • sottrae liste clienti, file, report o documenti aziendali;
  • prepara una struttura concorrente mentre è ancora in servizio;
  • indirizza opportunità commerciali verso terzi o verso una futura attività propria;
  • utilizza know-how riservato o relazioni aziendali per sviare clientela;
  • rassicura il datore di lavoro sul rispetto del patto di non concorrenza, occultando invece attività già in corso.

Sul piano civilistico e giuslavoristico, queste condotte possono integrare violazione degli obblighi di fedeltà e correttezza e fondare richieste risarcitorie, inibitorie o contestazioni disciplinari. Quando alla scorrettezza si aggiungono accessi abusivi ai sistemi informatici aziendali o condotte fraudolente, il caso può assumere anche rilievo penale: per questa distinzione rimandiamo all’approfondimento dedicato.

Cosa fare se si sospetta una concorrenza sleale

Quando emergono indizi di concorrenza sleale, l’impresa dovrebbe evitare reazioni impulsive e muoversi su un piano probatorio.

I passaggi più utili, in genere, sono:

  • raccogliere e conservare documenti, email, log, contratti e comunicazioni rilevanti;
  • verificare eventuali accessi anomali a sistemi, archivi e banche dati;
  • analizzare i flussi commerciali e gli spostamenti anomali di clientela;
  • accertare il ruolo di dipendenti, ex dipendenti, consulenti o partner;
  • valutare con professionisti qualificati se il caso richieda tutela civile, giuslavoristica o anche penale.

In questo tipo di contenzioso, il valore delle prove è decisivo. Per questo l’attività investigativa aziendale può essere determinante per trasformare sospetti in elementi documentabili, utili sia in fase stragiudiziale sia in eventuale giudizio. Anche sul fronte organizzativo, la prevenzione conta molto: policy interne, clausole di riservatezza, tracciabilità degli accessi, formazione delle funzioni commerciali e Modello 231 sono presidi rilevanti per ridurre il rischio.

Domande frequenti

Quali sono gli esempi più comuni di concorrenza sleale?

Tra gli esempi più comuni di concorrenza sleale ci sono l’uso di segni confondibili, la denigrazione del concorrente, l’appropriazione di pregi, l’imitazione servile, lo sviamento di clientela e la sottrazione di informazioni riservate. Molti di questi casi hanno rilievo civilistico e possono giustificare diffide, inibitorie e richieste di risarcimento.

Quali prove servono per dimostrare un caso di concorrenza sleale in sede civile?

Per dimostrare la concorrenza sleale in sede civile occorre documentare i fatti in modo ordinato: accessi ai sistemi, comunicazioni, passaggi di clientela, utilizzo di file riservati e nesso tra comportamento scorretto e danno subito. L’attività investigativa aziendale è spesso il passaggio decisivo per trasformare sospetti in elementi documentabili e utilizzabili in giudizio.

La concorrenza sleale del dipendente è perseguibile?

Sì. Quando un dipendente o ex collaboratore sottrae dati, svia clientela o prepara un’attività concorrente sfruttando informazioni aziendali riservate, l’impresa può agire in sede civile e giuslavoristica. A seconda delle modalità della condotta — in particolare se vi sono accessi abusivi ai sistemi informatici o comportamenti fraudolenti — possono emergere anche profili penali.

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